POESIE IN MUSICA. FAITHFULL: UN LEGGENDARIO RITORNO

POESIE IN MUSICA. FAITHFULL: UN LEGGENDARIO RITORNO

ROMA  – A tre anni da “Negative Capability” torna a farsi sentire la leggendaria Marianne Faithfull, questa volta in compagnia di Warren Ellis. “She Walks In Beauty” è una raccolta di poesie in musica che vanno da Lord Byron a John Keats e che vede la partecipazione di Nick Cave e Brian Eno.

L’album è stato in parte registrato nell’abitazione a Londra dell’artista con Head, produttore di PJ Harvey. La musica è stata composta da Ellis nel suo studio di Parigi. Nick Cave ha adornato i brani con il suo piano; Brian Eno ha creato coinvolgenti trame sonore, mentre Vincent Ségal ha aggiunto parti di violoncello. 

L’artwork è stato creato dall’amico di lunga data e artista inglese Colin Self. La versione fisica dell’album è disponibile nei formati CD-Libro e vinile con un booklet di ventotto pagine che include i testi di tutte le poesie

A cura del poeta e musicologo Maurizio Gregorini

Su vecchio progetto di Ginsberg (Irwin Allen Ginsberg nato a Newark nel giugno 1926 e morto a New York nell’aprile del 1997, è stato un poeta statunitense. La sua poesia fu fortemente influenzata dal modernismo, dal ritmo e dalle cadenze del jazz, dalla sua fede buddhista e dal suo retroterra ebraico. Formò un ponte ideale tra il movimento beat degli anni Cinquanta e gli Hippy degli anni Sessanta. Il suo “Urlo” (“Howl”), ispirato e scritto principalmente durante visioni indotte dal peyote, venne considerato scandaloso all’epoca della sua pubblicazione a causa della crudezza del linguaggio, spesso esplicito. Nel componimento, che risente dell’influenza di Whitman ed è scritto con un verso ritmato che ha la cadenza della lingua parlata, il poeta rivive le sue crude esperienze, dal ricovero in un ospedale psichiatrico, all’uso delle droghe e all’omosessualità) vede finalmente la luce un disco esclusivo che racchiude musica e poesia con Marianne Faithfull accompagnata da Warren Ellis (violinista, polistrumentista e componente dei Bad Seeds), con la partecipazione di Nick Cave (sia Ellis che Cave avevano partecipato anche al precedente lavoro di Marianne, “Negative Capability”; Cave l’aveva accompagnata al pianoforte in un brano intenso, molto bello), Brian Eno e Vincent Ségal. Da anni la Faithfull voleva lavorare sul progetto di Ginsberg per un album in cui musica e poesia si unissero: “She walks in beauty”, che include il contributo di altri amici artisti, ne è il risultato (l’artwork è stato creato dall’amico di lunga data e artista inglese Colin Self. La versione fisica dell’opera è disponibile nei formati CD-Libro e vinile con un booklet di 28 pagine che include i testi di tutte le poesie). Registrato subito prima e durante il primo lockdown per il Covid-19, periodo in cui anche la cantante ha contratto il virus e ha rischiato di morire, “She walks in beauty” si tuffa nel passato e assurge a nuova linfa, una ispirazione sorta dalla passione per la poesia romantica inglese, nata negli anni trascorsi dalla Faithfull alla St Joseph’s Convent School, prima che si trasferisse a Londra all’età di sedici anni anni. E’ noto: di lì è entrata a far parte del mondo di “As Tears Go By”, di Jagger e Rolling Stones, un’esperienza che l’ha portata al successo globale. Dopo essere diventata icona degli anni Sessanta e aver combattuto a lungo con la tossicodipendenza, nel 1979 pubblica “Broken English”, con cui afferma il suo talento e la sua autonomia artistica. Anche nelle successive registrazioni, edite negli anni Novanta e poi nei 2000, si è sempre intuito il suo coinvolgimento per la poesia, ed ora, finalmente, questa diviene una realtà inequivocabile e bellissima. Nel realizzarlo, fondamentale è stato l’aiuto dell’amico di lunga data e manager Francois Ravard. L’album è stato in parte registrato nell’abitazione a Londra dell’artista con Head, produttore di PJ Harvey. La musica è stata composta da Ellis nel suo studio di Parigi e i due artisti sono riusciti a lavorare insieme nonostante la distanza. Nick Cave ha adornato i brani con il suo piano; Brian Eno ha creato coinvolgenti trame sonore per “La Belle Dame Sans Merci” e “The Bridge of Sighs”, mentre Vincent Ségal ha aggiunto delle parti di violoncello alla liminale, mistica “To The Moon” di Shelley e alla poesia di Byron “So We’ll Go No More A-Roving”. Come accennato poco sopra, “She walks in beuaty” è un punto di partenza e all’unisono un ritorno a ciò che l’ha sempre spronata come artista e performer. Scava a fondo nella poesia di Shelley, Keats, Byron, Wordsworth, Tennyson e Thomas Hood: la voce profonda, cavernosa e a tratti angelica della Faithfull si sposa convenientemente colle note di Ellis e, congiuntamente, restituiscono agli undici incantevoli poemi cuore e voce. In altri termini: Marianne Faithfull rinnova la poesia, la rende tuttora perpetua, la innalza ai cieli dell’onnipotente, la riveste di una contemporaneità sonora ammaliante: la sua voce vissuta invita qualsiasi ascoltatore a penetrare un mondo in cui, divenendone membro, vi si ritrova. “She walks in beauty”, poesia che dà il titolo al lavoro, è stata scritta da Lord Byron dopo una festa di Lady Sarah Caroline Sitwell l’11 giugno 1814, dove si scoprì innamorato della bellissima signora Anne Beatrix Wilmot. Si narra che, dopo essere tornato nelle sue stanze, lui abbia brindato alla sua salute, finito un bicchiere di brandy, si sia seduto e abbia composto la poesia, pubblicata l’anno successivo sulla sua raccolta “Hebrew Melodies”: “Trovo sia una poesia molto romantica, anche per come è stata concepita, dopo l’invaghimento alla festa, ed è appunto romantica, non come si pensa lo sia invece Byron”, afferma la Faithfull, che prosegue: “È meravigliosa, ed è per questo che mi piace. Inutile negarlo, amo anche l’altro lato di Byron, ma questo è davvero stupendo, sublime. Sono sempre stata attratta dalla sua abilità di comporre versi così belli. Credo che faccia parte dell’essere una cantautrice. È incredibilmente affascinante. E, ripeto, decisamente diverso da quello a cui penso immediatamente se si parla di Lord Byron”. Ma cos’era il romanticismo inglese? I più importanti esponenti di questo movimento della prima generazione sono William Wordsworth e Samuel Taylor Coleridge, che (con Robert Southey) formarono il gruppo dei “lake poets” (i poeti dei laghi), così definti perché, spinti dall’amore per la natura, scelsero come dimora la regione dei laghi del Cumberland. La prefazione del 1798 alle loro “Lyrical Ballads” costituisce il manifesto del primo romanticismo inglese, in cui contro il freddo intellettualismo della dizione poetica settecentesca si propugna il calore del sentimento, ossia un’espressione poetica modellata sulla lingua parlata. Va anche detto che il romanticismo inglese si basa su una struttura culturale in rapida espansione, soprattutto per via della stampa. Cioè si si accentua la tendenza a scrivere per vendere libri. Né è da tralasciare che, nella divisione dei compiti stabilita fra loro per la composizione delle ballate, Wordsworth si dedicò al ‘naturale’ e Coleridge al ‘soprannaturale’, a conferma dei due fondamentali orientamenti della poesia romantica, quello verso il reale e quello verso il trascendente. In poche significative parole, i punti fermi del movimento sono: la nascita di un ‘io’ poetico, la rivalutazione del sentimento, l’interesse per il Medioevo e il recupero d generi poetici abbandonati. Ora facciamoci una domanda: perché in gran parte del mondo l’impegno dei poeti viene, ad esempio, preso in considerazione dai compositori contemporanei e messo in musica? Abbandoniamo per un momento le minuscole splendide possibilità regalateci da Angelo Branduardi colla sua “Confessioni di un malandrino” di Esenin (adattata per l’occasione dal poeta Franco Fortini) o col suo disco “Dieci ballate su liriche di William Butler Yeats”, o con le belle interpretazioni di Alice su versi pasoliniani, senza tralasciare la Ferri colle sue esposizioni di Pasolini (“Cristo al Mandrione”, “Il valzer della toppa” -tanto per fare un esempio-, anche se per Gabriella Pasolini scriveva testi e non poesie, interpretati pure da Laura Betti e Maria Monti), o le stesure musicali di Giovanni Nuti sui testi della Merini interpretati anche da Milva o, ancora, l’impegno inconsueto svolto per Garcia Lorca da Iva Zanicchi e Marisa Sannia: la prima nel 1975 realizza un elleppì titolato “Io sarò la tua idea”, testi liberamenti tratti da immagini poetiche lorchiane amabilmente adattate da Camillo Castellari, non un esercizio intellettualistico, bensì l’ascolto si sensazioni tratte da liriche di ardue definizioni, nutrite di purissime simbologie, ovviamente in italiano; la seconda un CD imbattibile, “Rosa de papel”, cantato in spagnolo e reverente verso per verso dell’opera di Lorca (si pensi che per conseguirlo -tale era il desiderio della Sannia- evitò di fare controlli di routine su di sé: ne conseguì che il tempo per incidere questo gioiello fu lo stesso periodo che il cancro si prese per ucciderla: se questo non è amore verso i poeti, la poesia… una cosa assai rara, certo). Ad ogni modo, tornando a noi, per quale ragione qui, in Italia, nessuno musica opere come John Zorn ha realizzato su Walt Whitman per “On Leaves of grass”? Né possiamo certo dimenticare in che ottimo modo Klaus Schulze abbia musicato Georg Trakl o Philp Glass un ciclo di canzoni basate sulle poesie e sulle immagini di Leonard Cohen (il “Book of longing”) e come, nel lontamo 1968, Joan Baez abbia pubblicato “Baptism”, un vinile che comprendeva una selezione di liriche di Rimabud, Lorca, Treece, Blake, Joyce, Prévert ecc. ecc., insomma -lasciando da parte la Baez per un attimo- intendo dire non una canzone su una poesia, ma CD interi sull’opera poetica. Perché accade nel resto del mondo e da noi no? Semplice rispondere: sebbene i poeti abbiano le ‘antenne attive sui possibili accadimenti del mondo’ a noi italiani, di quello che i poeti dicono, non interessa nulla. Un vero odioso enorme peccato per la cultura della nostra Nazione. Ma, tornando all’argomento primario di queste annotazioni che è, appunto, lo straordinario nuovo disco di Marianne Faithfull, va sottolineato pure l’incanto di note sublimi che definiremmo d’ambiente proprio perché sia il tono, come l’atmosfera, assumono più importanza dei valori di ritmo e struttura, così come vengono tradizionalmente concepiti in ambito musicale (in genere l’ambient è identificabile come un genere musicale caratterizzato da suoni ampiamente atmosferici e naturali. Lo stesso Brian Eno teneva a sottolineare come “Un ambiente si definisce come un’atmosfera o un’influenza che circonda: una tinteggiatura. E’ dunque mia intenzione produrre pezzi originali, palesemente -non esclusivamente- destinati a particolari momenti e situazioni, come il progetto di costruire un piccolo, ma versatile catalogo di musica d’ambiente adatta a un’ampia varietà di umori e di atmosfere”). Quella usata per la realizzazione di questo capolavoro (qual è “She walks in beauty”) si evolse agli inizi del Novecento, con i primi esperimenti di musica ‘semi acustica’, passando per l’impressionismo di Erik Satie, la musica concreta e il minimalismo di Terry Riley e Philip Glass, nel jazz di Paul Horn che suonò da solo all’interno di ambienti come la piramide di Giza o il TajMahal e in tempi più recenti dalla musica del già citato di Brian Eno. Ed è da simile esperienza che emergono gli elementi ‘sognanti’ non lineari con cui Marianne Faithfull riesce a catturare lo stato d’animo di ognuno di noi, e a farlo uscire dalla propria coscienza, per librarlo verso l’immaterialità dello spirito che alberga nel cuore di ogni poeta, di ogni essere senziente.

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