E’ IN LIBRERIA “NON BASTA UNA PARRUCCA” DEL POETA E SAGGISTA ANTONIO VENEZIANI

E’ IN LIBRERIA “NON BASTA UNA PARRUCCA” DEL POETA E SAGGISTA ANTONIO VENEZIANI

ROMA – «Era mia intenzione raccontare storie vere, a volte tragiche, spesso dure, altre ancora amare, qualcuna gioiosa, ma tutte assolutamente libere. Ci ho provato. Ho pedinato vite. Ho così trascritto verbali, credo obiettivamente in modo onesto e partecipe e spero per i lettori, anche godibile». L’opera è testimonianza di un viaggio nel mondo del transgenderismo raccontato direttamente dalle interessate: settanta donne “trans” scelte tra circa quattrocento interviste raccolte in più di quattro anni di lavoro. Mature o minorenni, professioniste del sesso e non. Sotto forma di intervista, monologo o annuncio pubblicitario, viene analizzato in ogni sfumatura un mondo affascinante e contraddittorio, fino ad arrivare all’odierno sdoganato ‘sesso fluido’, nuova frontiera sessuale

A cura del poeta Maurizio Gregorini

In un momento storico in cui nemmeno la politica sa prendere una decisione seria e definitiva sulla legge Ddl Zan – tema questo, che come si nota sta creando non pochi contrasti – (per chi ancora non lo sapesse – ma dubitiamo – la legge Ddl Zan è un disegno di legge – N. 2005 – che mira ad abolire le discriminazioni e la violenza per ragioni basate su sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere e disabilità. Il testo è stato proposto dal deputato del Partito Democratico Alessandro Zan, primo firmatario del Ddl, durante il Governo Conte. Questa legge andrebbe ad estendere l’attuale Legge Mancino, che oggi punisce le discriminazioni basate su razza, religione e nazionalità, anche all’omofobia e alla transfobia. La Legge Mancino è il principale strumento legislativo offerto dal sistema legislativo italiano contro i crimini d’odio e dell’incitamento all’odio) – il poeta e scrittore Antonio Veneziani manda in libreria per i tipi della Fandango “Non basta una parrucca. Storie di transessualismo dal maschile al femminile” (con la collaborazione di Ignazio Gori; 445 pg., 20,00 euro). Già noto al pubblico per i precedenti libri -divenuti cult- sulla prostituzione maschile (“I mignotti”, con Riccardo Reim, Castelvecchi, 1997); sui sentimenti diversi (“Pornocuore”, Coniglio Editore, 2005); sulla vita di omosessuali in età avanzata (“La gaia vecchiaia”), Veneziani commenta che in questo caso specifico era “Desideroso di raccontare storie vere, a volte tragiche, spesso dure, altre ancora amare, qualcuna gioiosa, ma tutte assolutamente libere. Ci ho provato. Ho pedinato vite. Ho così trascritto verbali, credo obiettivamente in modo onesto e partecipe e spero per i lettori, anche godibile”. “Non basta una parrucca” diviene allora una testimonianza di un viaggio nel mondo del transgenderismo raccontato direttamente dalle interessate: settanta donne “trans” scelte tra circa quattrocento interviste raccolte in più di quattro anni di lavoro. Mature o minorenni, professioniste del sesso e non. Sotto forma di intervista, monologo o annuncio pubblicitario, viene analizzato in ogni sfumatura un mondo affascinante e contraddittorio, fino ad arrivare all’odierno sdoganato ‘sesso fluido’, nuova frontiera sessuale. Insomma, un testo composto da fatti, ma anche da umanità e coraggio. Infine, l’opera è corredata da un apparato di interviste supplementari, dove sono chiamati in causa studiosi o artisti che nel corso della loro carriera si sono occupati del mondo transgender. Ideatore di molte iniziative culturali (ha collaborato a diverse riviste specializzate in letteratura, erotismo e fumetti), Veneziani è curatore di importanti antologie di racconti e poesie, si è occupato anche di drammaturgia e regia teatrale. L’abbiamo intervistato

Iniziamo coll’ammettere che questa sua nuova fatica si presenta editorialmente in un momento favorevole dato che parte della opinione pubblica è catturata dall’attenzione sul disegno di legge Zan…

“Guardi Gregorini, ci conosciamo da anni, e sa quale sia il mio impegno nel sociale sulle questioni della diversità (ma poi, ammettiamolo, diversi da chi?); io m’auguro che il lettore cosiddetto comune (definizione, questa, per me banale, approssimativa e se vuole anche discriminatoria: che vuol dire ‘lettore comune’?, per me un’etichetta mai compresa) lo legga e si convinca che questo benedetto Ddl Zan non è lo spauracchio che qualcuno per interesse proprio intende far credere; ma diciamoci la verità: lei non crede che questa benedetta Italia non necessiti di una legge che tuteli le persone LGBT, e che le assista tutte? Credo fermamente di si. E ripeto: persone, poiché come sa a me i marchi non sono mai interessati: ogni persona, di qualsiasi sessualità o tendenza sessuale, va socialmente, prima accettata, poi rispettata. Per ciò che riguarda la mia sensibilità, lavorando su questo nuovo libro ho compreso che esistono delle persone che soffrono perché si ritrovano a dover vivere in un corpo che non è il loro e che non riconoscono; si tratta d percorsi individuali -da uomo a donna e viceversa-, cammini di vita che a volte proseguono fino al risultato finale (la transizione effettuata) e che invece, in altre occasioni, si interrompono a metà percorso. Ovviamente sono persone seguite ed aiutate da psicologici o amici; però, ripeto, questo è il ‘fatto’ individuale; quello collettivo -tornando alla sua domanda inziale- è che va considerata ogni tendenza sessuale: non è rilevante inquadrarle, è significativo rispettarle, vale a dire sapere che dinnanzi a te c’è un essere umano, null’altro, magari con delle esigenze che possiamo condividere o no, ma anche qui si tratta di una faccenda diversa. Ecco perché sono portato a definire l’impegno di ‘Non basta una parrucca’ non un libro sul ‘transito’, ma un’opera di vita sulle persone, ossia, un unico racconto -concepito da storie molteplici- di uomini divenuti donne e di altri uomini che forse donne non lo diverranno mai, uomini che però ‘donne’ si sentono, anche se sono loro stessi a dichiarare che di non voler sottoporsi ad un intervento e di stare bene così, vale a dire di non asservirsi all’intervento di vaginoplastica. E per proseguire sul disegno di legge Zan, è giusto e corretto che ognuno di essi abbiamo sui documenti il nome del sesso che gli compete o a cui si sente di appartenere”.

Non è la prima volta che dedica saggi ad una diversità sociologica.

“Vero. In modo semplice le dico che a me piace scoprire cose, fatti e situazioni diverse. Sono gay dichiarato da decenni, militante in parecchi movimenti di liberazione, così impegnarmi di nuovo su un mondo possibile che vorrei vivere m’entusiasma. Sa, gli anni passano, e anche se ci si impigrisce innervosendosi leggermente, ciò non toglie al mio carattere di rispettare la persona diversa che credo di essere, nel senso che lavorativamente parlando non amo infossarmi o chiudermi in piccoli o grandi recinti. Potrebbe benissimo obiettare, Gregorini, che forse anche queste storie siano a modo loro dei luoghi di vita contornati, ma nel libro si trovano storie differenti tra di esse, alcune crudeli e violente, aggressive, cattive; altre libere e all’unisono divertenti; certo, qualcuna di queste trattenuta e qualcun’altra esibita, ma sempre storie di vita. Immagina il lavoro affrontato in oltre tre anni? Oltre quattrocento interviste di cui ne sono state scelte settanta, penso le più significative, almeno per me, a cui si aggiunge, di mio pugno, una breve nota introduttiva”.

Come mai non ha preferito ridurre il tutto ad un saggio?

“Sa, la saggistica ha le sue regole, e chi meglio di lei può saperlo dopo aver pubblicato quel bellissimo pamphlet sulla vita e la morte del nostro comune amico poeta Dario Bellezza? Lo affermo perché lei sa meglio di me che un saggio richiede ben altro impegno e studio sulla materia e come le accennavo poco fa mi sono ampiamente impigrito: la saggistica pretende una sorta di serietà di indagine e con questo non è mia intenzione sminuire ‘Non basta una parrucca’, affatto. E’ che in un saggio non avrei potuto includere né un senso del divertimento né l’autoironia che i personaggi intervistati propongono”.

Cosa pensa del transessualismo?

“Che sia un fenomeno oramai sempre più allargato. Sa che ora i giovani lo chiamano ‘sesso fluido’? Essere un po’ uomo un po’ donna un po’ trans un po’ queer -sto usando dei termini leggermente a sproposito-, insomma, essere quello che ci si sente di essere in momento specifico della propria esistenza.  Le persone che nel volume avvertono di appartenere al sesso fluido, sono persone che hanno deciso una transizione non portata al termine, ammetto che si tratta più di donne che di uomini -vale a dire uomini che volevano divenire donne ma poi si sono fermate-; poi vi sono quelle che lavorando in strada, ossia prostituendosi, non hanno terminato il percorso transitivo perché sanno che qualora lo facessero, non lavorerebbero più di tanto se si togliessero il pene. E’ noto come parecchi uomini, soprattutto coniugati, nei loro tradimenti trasgressivi amino trovate la ‘sorpresina’ tra le gambe, fatto questo che eccita la loro libido; sa che ho anche intervistato una cinquantina dei loro clienti? Non ha idea del divertimento ottenuto, soprattutto quando spiegano la loro eccitazione nel trovare un pacco significativo racchiuso dentro delle mutandine di pizzo o erto sotto un bel paio di tette. Sa, si dichiarano ‘eterosessuali’ e soprattutto ‘normali’, poi però necessitano dello zuccherino -e che bel pezzo di zuccherino!- per stimolare la loro fantasia erotica. E secondo lei, questi bei padri di famiglia e uomini rispettosi della sacra unione di fronte alla moralità sociale, come vogliamo definirli?”

Cos’è per lei l’omosessualità?

“Un modo di essere, di vivere la propria vita, come tanti altri. L’omosessualità dovrebbe avere la stessa graduatoria di cui gode l’eterosessualità nelle varie classifiche della morale; ma sappiamo bene come siamo lontani da tutto ciò. A me piace sempre ripensare a quello che lei, Gregorini, sostiene da sempre: non si è omosessuali perché si gioca con le zucchine, lo si è perché ad essere diversa è la nostra scala di valori, il nostro vivere la vita con rispetto e altruismo cristiano, perché -come sempre lei afferma di continuo- questo insegna la religione in cui siamo cresciuti: la misericordia. Spero di poter vivere abbastanza per poterlo vedere questo sacrosanto cambiamento”.  

V’è differenza tra vivere la diversità oggi rispetto a quando lei era ragazzo?

“Ovvio sottolineare che adesso è un po’ più libera, decisamente più semplice; ho notato che v’è molta libertà sessuale soprattutto nei giovani tra dai venti ai venticinque anni; spesso questi ti dicono che il sesso è una cosa che parte dalla testa: sa, anche io ne sono pienamente convinto ed ecco perché loro sono anche capaci di avere rapporti sessuali soprattutto di amore con uomini e donne, alternativamente, senza difficoltà, perché a catturarli è la persona, la sua storia, la sua personalità, e se ne fregano di sapere di che sesso sia se la persona che li riguarda. Un giovane amico ripete di continuo: ‘prima mi innamoro della testa, poi del resto della persona’: può sembrare un gioco, lo so, ma credo che in parte sia vero. Quando ero giovane era più complicato affermare di essere omosessuali, inutile negare che la società era dura, violenta. Poi arrivò la questione dell’aids che non aiutò affatto (ricorda che tempi bui abbiamo vissuto?) ma è anche vero che si tratta di momenti della storia e dell’umanità, del suo processo di emancipazione”.

Che significato ha pubblicare oggi un libro come ‘Non basta una parrucca’?

“E’ molto difficile risponderle, anche per il fatto che è un libro che ha avuto quattro anni di gestazione. Nel realizzarlo ho impiegato più tempo di quello che m’ero prefisso. Lo ripeto forse in modo ossessivo: era mia intenzione narrare storie sì transessuali, ma normali, di gente che lavora sulla strada, di altre che lavora per annunci (oramai la consuetudine più assoluta), ma anche storie di ragazzi o di adulti che si avviano alla fine della loro vita, il tutto riconducibile alla questione trans. Il titolo? Me lo ha suggerito un trans adulto da me intervistato: soleva ripetere -data la normalità con cui oggi le trans optano per la transizione- che a volte però non basta una parrucca per essere e sentirsi donne. Una battuta che m’ha fulminato per la sua verità, divenuta poi titolo del mio libro. Cosa mi aspetto? Che qualcuno che lo legga riesca ad amare qualcheduno dei protagonisti delle vicende esposte, alcune avvenimenti odiosi ed altri simpatici, lo ammetto, ma che tramite questi si capisca che in questo caso non si intende né scandalizzare né rimestare nel fango di nessuno: storie a volte solari, divertenti, belle, anche se si tratta di persone che noi volgarmente definiamo di ‘strada’ e altre dispotiche, dai passati terrificanti, spese in famiglie disastrose; altre sono storie di droga e di pesantissima durezza, ma sempre di persone che cercano un riscatto sociale o che tentano di tutto per essere delle persone, appunto, e non dei mostri o dei giocolieri del sesso”.

In tutto questo che fine ha fatto la poesia? Ne scrive ancora?

“La stupirò con la mia risposta, ma considero ‘Non basta una parrucca’ un libro di poesia del quotidiano e del reale. Poi, ovvio, è di taglio giornalistico, quindi anche il linguaggio non è di certo sintetico o ricercato come sovente la poesia richiede. Sa che una delle transessuali intervistate, di nazionalità russa, è una accanita lettrice di poesia? Pensi che ha accettato di essere intervistata perché mia accanita lettrice, tant’è che la poesia nel nostro incontro è stata la ‘regina’ indiscussa del senso di ogni vita possibile. Poi, certo, non tutte hanno questa cultura o la agognano, alcune di queste persone non hanno potuto godere di uno studio perché ostacolate dalla famiglia o perché prive di un sostentamento che permettesse loro di impegnarsi nella conoscenza. Ma c’è anche da dire che alcune non sono affatto interessate né alla poesia, né alla cultura in generale. Perché insisto sul termine persona? Perché questo siamo, anime, persone. Ricorda il mio libro sugli anziani gay? Persone che avevano capito ed accettato la loro omosessualità tardi, dopo anni di tormenti e sofferenze, persone che narravano la loro vita in solitudine o con un compagno. Persone, tutto qui. Lo so, sono noioso e mi ripeto, ma a me piace cogliere il senso di queste persone, il loro stare nel mondo, la piacevolezza delle loro anime misteriose poiché come lei sa meglio di me, nulla dell’enigma che avvolge l’anima e il cuore di una persona può subire giudizi o ingiustizie da un altro suo simile, simile che si sente al posto giusto senza poi magari manco occuparlo, quel posto”.

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